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Cuore in rete

Sul quotidiano La Repubblica di Giovedi 5 novembre, ho letto un articolo intitolato “Un cuore per il web”.
Sinceramente non ho capito, Maurizio Ferraris, da che parte si schierasse e come la pensasse.
Ha, più che altro, tracciato un panorama.
Io ho deciso di commentarne il panorama come dato di fatto, non certo l’articolo.

Si parlava del possibilismo o meno di creare empatia nel web, precisamente nei social.
Si dissertava sull’atteggiamento utile o meno dei grandi social, tipo Twitter o Facebook, di andare ad implementare sempre di più l’interazione e il giudizio, con icone, simboli, faccine, manine e, chi più ne ha, più ne metta.
Ma poi? – mi chiedo io – Cosa succederà? Commenteremo solo tramite icone? Daremo giudizi solo con un clic? Dichiareremo i nostri principi senza “dire” una parola? Pare infatti, si diceva sempre nell’articolo, che , sia Twitter sia Facebook, stiano testando (per ora in altri paesi) un upgrade del “mi piace”… con vari simboli in accoppiata come il “ahahah”, “love”, “wow”, “sad” e “angry” per permettere all’utente di esprimere anche il motivo per cui “gli piace”.

E perché non aggiungere solo il “non mi piace”? Pare brutto?
Pare di si, o meglio, non è conveniente per questi colossi del web, non porta a nulla o, comunque, conduce solo ad una profilazione dell’individuo troppo superficiale, certamente meno vendibile.

Ha messo un “mi piace”… Ha messo un “non mi piace”, ma in realtà, cosa pensa? Cosa sogna? Cosa desidera? …sarà triste? Sarà allegro? …ha dei figli, un cane, una moto? …che cosa non gli è piaciuto nella vacanza? …quel libro non gli è piaciuto perché contrario alle sue idee o perché era noioso e non l’ha finito?

Credo che ognuno di noi si sia chiesto come mai, al “mi piace”, non corrisponda, da sempre, un sano “non mi piace”.
Io, ora, ho la mia risposta.
Il “mi piace” è un gesto d’istinto che si fa senza pensarci troppo. Lo concepiamo come una dichiarazione delle nostre idee e, contemporaneamente, come un regalo, un sorriso, un occhio strizzato, all’utente postante.
Il “non mi piace”, che oggi viene rappresentato dai commenti sotto il post qualora l’utente lettore la pensi diversamente, non sarebbe mai così immediato, ma soprattutto non risulta nè utile nè produttivo, nè vantaggioso a chi, avendoci offerto gratuitamente un servizio comodo e meraviglioso, non può certo restare a bocca asciutta!
E questo perchè esiste una scienza, la “Sentiment Analysis” (scienza emergente esplosa con i social media che combina tecniche di linguistica computazionale, per dare senso a quello che c’è in rete), che, tramite preziosi intrecci di logaritmi, individua gli umori e gli stati d’animo degli utenti, li studia, li incrocia, li sistema per puntare sul prodotto ideale, indirizzando il marketing e creando business a milioni di aziende.
Il “mi piace”, infatti, proprio perché così immediato, dice poco, non è abbastanza per Christof (regista di Truman Show).
Il “commento” quindi è necessario, è imprescindibile e, la presenza del “non mi piace”, annullerebbe molti contenuti scritti, utili allo screening completo dell’utente.
E allora, per sistemare capra e cavoli, non ci danno il “non mi piace”, ma ci invaderanno con altre icone per approfondire un gradimento facendoci credere che il web ha un cuore, che la gente vuole dichiarare amore, compiacere e condividere nella rete, che abbiamo bisogno di altre icone e altri simboli per dimostrare questo e, che tutto ciò, viene fatto per assecondare le attuali e contemporanee esigenze emozionali dell’utente sentimentalone.
Balle. Non è così.
E’ certo che i social hanno messo a disposizione a tutti un mezzo formidabile , veloce e immediato per “partecipare” alla vita degli altri e viceversa (non tutti scambiano il favore), ma non si può pensare, nemmeno per un secondo, che da questa tecnologia scaturisca qualche forma di empatia!

gradimento su Facebook

Bene che i social avvicinino, bene che i social facciano rincontrare, bene che i social avvisino, informino e contribuiscano alla divulgazione di notizie, di eventi ed iniziative, ma tutto ciò deve avere un fine reale e non virtuale.
I social devono essere un mezzo e non un fine!

La tecnologia del web deve essere utile alla vita reale e così andrebbe utilizzata, senza lasciarsi catturare e inghiottire da meccanicismi inutili messi in piedi con quell’idea improbabile di aggiungere sentimento, emozione ed empatia nella selezione e nella scelta dell’icona migliore, la più bella, l’ultima on line!
In realtà servono solo per aggiungere un altro aspetto caratteriale al nostro profilo per venderci, poi, come campione significativo.

E’ triste, ma è così e non è certo una scoperta, ne una novità.

E allora, va bene, facciamoci vendere, ne eravamo già a conoscenza.
Utilizziamo pure tutte le icone che ridono o piangono, ma non pensiamo che possano mai sostituire l’empatia generata da un sorriso o da una lacrima , nella vita reale senza schermi davanti al volto.

Milano, 9 novembre 2015
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