A Milano la rivoluzione partiva dal caffè
caffè gnocchi milano

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Barricate, insurrezioni, proteste e ribellioni: dal famoso Quarantotto e poi per tutto il Risorgimento, a Milano la rivoluzione si accendeva prima di tutto nei caffè della città!

Ai tempi in cui Milano era invasa dagli Austriaci, certamente il governo occupante non permetteva ai patrioti di riunirsi in assemblee per discutere sul da farsi e per parlare animatamente di libertà e di indipendenza. Era necessario un luogo dove poter discorrere di queste questioni così delicate, ma non immaginatevi quartieri generali segreti o covi nascosti: a Milano, e in molte altre città italiane, la rivoluzione iniziava innanzitutto nei caffè.

I caffè erano luoghi di aggregazione per gli intellettuali, i politici e gli artisti, svolgendo un’importante funzione all’interno della vita della città: i milanesi chiedevano nuovi bagni pubblici, nuovi giornali, nuove illuminazioni per le strade, ma anche nuovi caffè dove poter incontrare gente nuova, chiacchierare e discutere. Questo già ci aiuta a capire quanto furono importanti questi locali tra il 1848, anno delle celebri Cinque Giornate di Milano, e il 1860, durante il Risorgimento vero e proprio. La polizia austriaca poteva chiudere i giornali e soffocare le proteste, ma era più difficile chiudere un caffè.

caffè biffi

Ogni locale aveva il proprio orientamento politico e attirava un certo tipo di clientela. Qualche esempio:

☕ Il Caffè della Peppina, vicino al Duomo, era un punto di ritrovo per i democratici e i mazziniani;

☕ Il Caffè della Cecchina, invece, si trovava di fronte alla Scala e attirava soprattutto i sostenitori di Cavour, ossia i moderati che per Milano e l’Italia ambivano ad una monarchia costituzionale;

☕ All’Osteria del Cervetto, un locale nell’ex contrada del Rebecchino, in Piazza Duomo, si riunivano anche qui i mazziniani;

☕ L’Osteria del Cadenino di Via della Signora (vicino a San Bernardino alle Ossa) attirava invece le classi operaie;

A questi si aggiungono il Caffè nelle Colonne, a San Babila, che fu un vero e proprio polo risorgimentale dopo le Cinque Giornate, e il Caffè Biffi, prima che si spostasse nell’allora non ancora costruita Galleria Vittorio Emanuele: uno dei giovani camerieri di questo caffè, un certo Scipione Baraggia, improvvisò una bandiera tricolore usando una tendina verde, una salvietta bianca e un panno rosso, per poi sventolarla sulle guglie del Duomo il 20 marzo 1848.

Da non dimenticare anche il Caffè Martini, non distante dal Teatro alla Scala, frequentato da personaggi come Giuseppe Verdi e Garibaldi. Nel 1848 la barricata costruita di fronte al teatro venne ricavata proprio da banconi, tavolini e sedie di questo Caffè, frequentato soprattutto dai monarchici costituzionali.

caffè cova giardino

Accanto al Teatro alla Scala sorgeva un altro caffè: il Caffè Cova, dove durante la Quarta Giornata venne organizzato l’assalto al Palazzo del Genio Militare, dove oggi sorge Ca’ de Sass. Nel corso della rivolta, gli austriaci spararono ad un grande specchio del caffè e il proprietario, orgoglioso, lo espose per anni accompagnato da un nastro tricolore e dalla didascalia “21 marzo 1848”.

Più tragica invece è la storia del Caffè Gnocchi, presso la stazione di Porta Tosa (oggi Porta Vittoria). Il 22 marzo 1848 Porta Tosa fu il palcoscenico di uno scontro particolarmente violento e anche il Caffè Gnocchi venne assaltato e distrutto, tant’è che anche lo stesso proprietario venne ucciso. Fu una delle tante azioni di violenza delle Cinque Giornate, durante le quali tutti i cittadini, uomini e donne, adulti e bambini, parteciparono attivamente alla ribellione. Ribellione che partì da locali in apparenza tranquilli e insospettabili: i caffè.

caffè gnocchi

Autore: Vanessa Maran

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