Un viaggio a Porta Venezia alla scoperta dei suoi segreti
porta venezia

porta venezia

È una delle zone più eleganti e frequentate di Milano: stiamo parlando del quartiere di Porta Venezia, solitamente associato ai famosi Bastioni e al Corso che porta nel cuore della città. Ma quante curiosità ha da nascondere?

In origine conosciuta come Porta Orientale e ancora prima, nel periodo napoleonico, come Porta della Riconoscenza, Porta Venezia in origine non si trovava dove siamo abituati a vederla oggi: era collocata un po’ più in là, all’incrocio di Via Senato.

Si tratta solo di una piccola curiosità, che però ha innescato quella voglia di “indagare” nel pieno stile manoxmano, per scoprire quanto anche questo luogo che crediamo conoscere così bene riesca ancora a sorprenderci. E chissà se riusciremo a farvelo guardare sotto una luce diversa…

Bagni pubblici e bagni scomparsi

Una delle mete turistiche ormai più amate dai milanesi, l’Albergo Diurno Venezia è stato riaperto al pubblico recentemente grazie al Fai – Fondo Ambiente Italiano, ed è visitabile in periodi prestabiliti dell’anno. Ma che cos’era in origine l’Albergo Diurno? A dispetto del nome, non si trattava di un luogo di pernottamento, ma di un punto di passaggio: era infatti un bagno pubblico sotterraneo che offriva a milanesi e viaggiatori dei servizi specifici, dalle terme alle docce, senza dimenticare servizi quali negozi di barbiere, manicure, agenzia di viaggi e fotografo. Tutto il necessario, insomma, se ai tempi ci si voleva “rifare il look” e oggi per ammirare un capolavoro perfettamente conservato in stile decò.

Albergo diurno

Ma l’Albergo Diurno non era l’unico bagno pubblico della zona: dove oggi vedete l’Hotel Diana, un tempo potevate invece fare una nuotata! Nell’Ottocento in questo luogo avreste trovato i Bagni Diana, la prima piscina italiana 110 x 25 metri progettata dall’architetto Andrea Pizzala nel 1842 e che si sviluppava parallelamente ai bastioni, lungo viale Piave. Si trattava di un complesso dalle dimensioni davvero impressionanti per i tempi: pensate che accoglieva più di centoventi cabine e ospitava un ristorante, un caffè e un grande giardino per far passare ai nuotatori una giornata all’insegna dello sport e del relax. Una piccola nota: per anni questa struttura è stata riservata agli uomini, e solo a partire dal 1886 è diventata accessibile anche alle donne, ma solo la mattina! I Bagni Diana vennero chiusi nel 1908 dopo quasi settant’anni di attività, ma se volete vederli “dal vivo” e non solo in fotografia, potete rivolgervi al Catalogo dei Fratelli Lumiére, che li filmarono nel 1896.

Corso Venezia: la casa di letterati e di potenti

Prima di spostarsi alla Villa Reale di Monza, Napoleone Bonaparte aveva scelto proprio Corso Venezia come base per sé, i suoi generali e per la moglie Giuseppina. Siamo a Palazzo Serbelloni, al numero 16, nel periodo in cui il condottiero francese si autoproclamò Re d’Italia in Duomo. Napoleone rimase sempre molto legato alla città, per la quale si spese ordinando di completare la facciata della cattedrale, implementando molte opere urbanistiche e facendo piantare tantissimi platani, i suoi alberi preferiti.

Poco distante da qui, nello stesso periodo avreste trovato quello che sarebbe diventato uno degli intellettuali francesi più importanti dell’epoca. Allora solo diciassettenne, Henry Beyle, oggi conosciuto come Stendhal, si trasferì a Corso Venezia 51 quando si arruolò proprio nell’armata di Napoleone. In poco tempo si innamorò della città e dei suoi abitanti, tanto che l’epigrafe della sua tomba a Montmatre recita: Arrigo Beyle/milanese/ scrisse/ amò/ visse. Una bella dichiarazione d’amore, non trovate?

stendhal

L’ultimo letterato di cui parliamo ha trovato casa a Corso Venezia 23, circa un secolo dopo i precedenti. Si tratta di un personaggio molto originale, diventato celebre per le sue posizioni letterarie che rivoluzionarono la poesia e non solo: Filippo Tommaso Marinetti (di cui abbiamo parlato anche qui). Proprio la casa a Porta Venezia vide la nascita della rivista “Poesia”, come ci ricorda una targa affissa all’edificio:

“Questa è la casa dove nel 1905 Filippo Tommasi Marinetti fondò la rivista “Poesia”, da qui il movimento lanciò la sua sfida al chiaro di luna specchiato nel naviglio.”

in riferimento al manifesto futurista intitolato “Uccidiamo il chiaro di luna”, lanciato come sfida e rottura alla corrente romantica. Marinetti in seguito si trasferì, senza però mai abbandonare il quartiere: nel 1911 la Casa Rossa – una costruzione in cotto dall’ispirazione risorgimentale oggi scomparsa – divenne la sua nuova dimora.

casa rossa

Pezzi di storia che ci sono ancora e che non ci sono più

Sempre il Corso Venezia, al numero 13, se alzate lo sguardo potrete vedere una testimonianza del passato…e della tentata distruzione di Milano. Vedete quella colonna in parte distrutta? Come dice la targa di fianco, quello è un ricordo delle Cinque Giornate di Milano, quando gli austriaci, per affrontare i cittadini insorti contro l’impero asburgico, decisero di usare i colpi di cannone per placare la rivolta. Sappiamo tutti che, alla fine, non ha funzionato, ma è comunque un’interessante testimonianza del costo umano e urbanistico che ha pagato la città.

porta venezia

E, parlando di storia, con uno sforzo dell’immaginazione proviamo a pensare al lazzaretto che sorgeva qui tra il 1488 e il 1882, costruito per accogliere i malati (o i sospetti malati) di peste. Progettato dall’architetto Lazzaro Palazzi, oggi di questa costruzione non si ha più traccia (tranne un piccolo muro in via San Gregorio): si sa che era a pianta quadrata, che ospitava 300 stanze e che, all’altezza dell’incrocio fra via Settala e via San Gregorio, era circondata da un fossato riempito dalle acque della Martesana che isolava ulteriormente il lazzaretto dalle persone non contagiate. Rimane un ricordo della sua esistenza nei Promessi Sposi, in relazione alla peste del 1629, che racconta di come la sua struttura non abbia retto alle esigenze dettate dall’epidemia.

«S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; […] e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi».

E infine case Liberty e…gotiche!

Parlando di case, vi sarete resi conto come Porta Venezia pulluli di costruzioni in stile Liberty, ricordo dei primi anni del ‘900. Partendo da Piazza Oberdan con il già citato Hotel Diana, basta passeggiare per le vie per trovare questi capolavori abitabili.

Sempre camminando – e spostandovi un po’ verso zona Palestro – potreste arrivare fino a via Poerio 35, dove trovereste la casa 770, una costruzione davvero particolare, che spicca tra le altre per il suo stile unico e inconfondibile. Si tratta di una casa in stile gotico ispirata a una dimora identica che si trova a New York, al numero 770 di Eastern Parkway. Qui abitava un rabbino che emigrò a Brooklyn per sfuggire alle persecuzioni naziste: col tempo questo luogo iniziò a essere considerato sacro dalla comunità di ebrei ortodossi che viveva in queste zone e per questo iniziarono a riprodurla in varie parti del mondo. Attualmente esistono case 770 negli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina, in Israele, Australia e Cile, ma in Europa la potete vedere solo in Ucraina e, appunto, a Milano!

casa 770

Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio nella storia e nelle curiosità di Porta Venezia: speriamo di avervi interessato e, perché no, anche stupito dicendovi qualcosa che prima non sapevate! Se invece volete condividere con noi qualche tesoro nascosto di questa zona che non abbiamo citato, non esitate a scrivercelo nei commenti!

Valentina Ottoboni
Milano, 15 maggio 2017
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